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Mangiare bene e meno bene

Uno programma una sosta al Sarni di San Giovanni Valdarno sulla A1 prima di raggiungere Firenze.
Altre volte qualità e servizio erano superiori ai concorrenti autostradali.
Questa volta la grigliata di carne non funziona ed anche le verdure prese da Franca.
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Tempio Bar al Pantheon.
Uno si aspetta la solita infima prestazione da esercizio super turistico.
Ed invece la caprese con mozzarella di vera bufala e pomodorini seccati è molto buona.
Idem per quanto riguarda il gelato affogato.
Simpatico ed efficiente Rocco di Catanzaro

Pantheon: incontro con un grande, caro Amico




Colloqui segreti

Alberto Pasolini Zanelli
Negli ultimi giorni Donald Trump ha cercato di dirigere due missioni militari egualmente delicate e pericolose. Una delle quali segreta. Non riguarda la Siria, di cui tutto il mondo parla con indelebile preoccupazione. Da quelle parti lui spedisce ultimatum e aerei con missili. Da quanto si sa non sono in corso colloqui segreti fra il presidente Usa e il suo collega Assad. Invece dal Pentagono è partito il ministro della Difesa per Pyongyang, dove pare sia stato accolto piuttosto cordialmente e dove è dunque riuscito ad avviare le fasi positive di un negoziato in sé tutt’altro che facile. Il nuovo ministro, che si chiama Pompeo, prepara inoltre almeno due vertici, entrambi nella medesima area geografica. Il più risonante fra gli incontri sarà naturalmente quello con il presidente nordcoreano Kim Jong-un. Lo ha preparato, fra gli altri, il capo della Cia in un incontro segreto svoltosi per Pasqua. Lui, Trump, intanto ha parlato con il premier giapponese Abe e ne è stato parecchio incoraggiato, perché il mediatore di Tokio gli ha descritto la Corea del Nord in termini irriconoscibili rispetto a quelli del novembre scorso in occasione di un incontro mediatorio nella Corea del Sud. Si parla addirittura di un trattato di pace fra Washington e Pyongyang, che sarebbe veramente un avvenimento storico, dal momento che non è stata ancora raggiunta la conclusione di una guerra che è cominciata nel 1950 e che ha prodotto una tregua e una “zona smilitarizzata” ma non ha neppure cominciato ad assomigliare a un armistizio. Sono passati quasi settant’anni di rari colloqui, qualche incidente, attività di spie di ambo le parti, guerre dei tunnel, quelli scavati ostinatamente dai nordcoreani con l’intenzione di minacciare Seul e costringerla a una serie di battaglie navali sottoterra spesso cominciate e mai risolte, costringendo la Corea del Sud ad avere uno “strato” sotterraneo con gallerie per potere passare e controgallerie per impedirlo. Il mondo se ne era quasi dimenticato, la penisola coreana per oltre mezzo secolo è rimasta un fronte congelato, senza speranze di pace e, in genere, senza timori immediati di crisi e ciò nonostante (oppure a causa) la terribile situazione economica della Corea del Nord, che non si è sviluppata in recessioni, ma in nuda fame elementare. Questo dittatore e i suoi predecessori e progenitori sono stati occupati angosciosamente a cercare di mettere qualcosa in bocca ai loro sudditi e non ci sarebbero riusciti senza la collaborazione avara della Corea del Sud e del Giappone, più qualche “mancia” dalla Russia, anch’essa confinante e dalla Cina. Poi, quasi di colpo, il posto della pagnotta (o del piattino di riso) è stato preso dall’arma nucleare, di cui Kim può parlare senza vergogna né complessi di inferiorità, ma anzi, da “leader maximo” e, magari attraverso il bluff, da pari a pari con l’uomo della Casa Bianca. E con un certo successo innegabile. I Paesi vicini, dalla Cina, al Giappone, alla Corea del Sud, hanno passato lunghi momenti di acuta preoccupazione, più che disagio, a doversi preoccupare obbligati a tentare di capire un dittatore che da decenni sta chiuso nel suo regno e poi di colpo, o almeno a tappe molto ravvicinate, dimostra di avere digerito il raro e costoso cibo nucleare, al punto che ha potuto dedicarsi ultimamente soprattutto a missili a lungo raggio e quasi “interplanetari”. Il tutto proprio nei giorni in cui saliva alla Casa Bianca un uomo imprevedibile come Trump, che non intendeva lasciarsi sfuggire l’occasione di essere al centro, se non alla guida, di una crisi planetaria tanto vecchia da sembrare nuova e urgentissima. Per i primi tempi i due leader non si sono scambiati messaggi ma minacce roventi e cariche di rischi più di qualsiasi altra crisi sulla Terra. Si sono scambiati anche insulti personali, che in situazioni come quella moltiplicano i pericoli.
E invece si stava preparando perlomeno una prima fase di una distensione. Non è chiaro chi fra i due l’abbia inaugurata. I toni si sono trasformati come prodromo degli argomenti e dei piani, militari e diplomatici. Due statisti dal linguaggio grossolano hanno preso a concedersi a vicenda riconoscimenti di calma e ragionevolezza. Il perché rimane oscuro. Forse si sono accorti entrambi di essere andati troppo oltre. Oppure la Cina si è impegnata finalmente a fondo come paciere. Oppure, ed è meno consolante, è emersa la gravità della crisi in Siria, uno scacchiere meno enigmatico e sconosciuto al nuovo presidente americano. Che difende la propria intransigenza a Damasco e pertanto ritiene di potersi permettere, o addirittura di essere obbligato, ad ammorbidire i toni a Pyongyang.
Pasolini.zanelli@gmail.com

“Tu quoque PD, fili mi...!”



In democrazia il popolo e’ sovrano. Ma e’ anche bue, in termini politici ovviamente.

La predicazione ‘sovranista’ che da tempo vanno facendo Lega e M5S ha perforato l’ombelico di larga parte degli elettori italiani che hanno dato una mazzata alla nostra democrazia, sia con il referendum del 4 dicembre sia con le elezioni del 4 marzo.

A livello planetario c’e’ voglia di uomo solo al comando, corsi e ricorsi storici.

Cina, Russia, Turchia, Filippine, India, Egitto e via citando sono sulla strada di una dittatura piu’ o meno mascherata.

Negli USA il consigliori di Trump, Steve Bannon, non tralascia occasione per illustrare il suo progetto-programma di supremazia bianca a livello mondiale.

Desta quindi molto sconcerto l’ipotesi che Salvini e DiMaio possano trovare un minimo spazio in comune garantito da anni di anti europeismo, no alla moneta unica, diffidenza verso la NATO, lecchini allo czar Vladimir.

Ne va di mezzo la pluridecennale contiguita’ con gli Stati Uniti i cui esperti di politica europea seguono con malcelato imbarazzo e timore i contorsionismi e le convulsioni della politica italiana.

Ma sperare in un ravvedimento della rappresentanza parlamentare appena eletta sembra essere impresa non da poco.

Sulle nostre gazzette e’ un ribollire continuo in questi giorni dell’assassinio della candidatura di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica perpetrato da 101 ‘onorevoli’ si fa per dire del PD dopo la standing ovation del giorno prima al teatro Capranica.

Si potra’ dire che di precedenti illustri di grandi eccidi e tradimenti la nostra storia e’ largamente piena a cominciare da Gesu’ Cristo e poi Cesare e Bruto.

Ma c’e’ tanta voglia di rappresentanti politici che pensino alla nazione e non solo alla nazionale.

Non e’ tollerabile che i politici rubino la scena ai comici. Quelli sono professionisti seri che hanno studiato.

Oscar

Mangiare bene: incredibile McDonald

Fermarsi ad un McDonald per noi americani di passaggio a Roma puo’ essere considerata una forma di autolesionismo.
Ci e’ successo uscendo dalla Capitale verso il Grande Raccordo Anulare al km 8.4 della Aurelia in un grande piazzale pieno di altri punti di ristoro e una grande stazione AGIP.
Ci ha sorpreso l’arredo esterno e interno del locale, la diffusione di attrezzature digitali per ordinare, il servizio al tavolo.
Massimo Raciti, responsabile area tecnica ci dice che il locale e’ stato rilevato da un mese.
Tutto nuovo dunque.
E la grande presenza di clienti dimostra che il passa parola funziona.

Pope Francis does something impossible for Trump

E.J. DIONNE JR.
The Washington Post

Pope Francis does something impossible for Trump
A news interlude dominated by speculation about “golden showers” and a graceless president who described his latest detractor as an “untruthful slime ball” invites us to search for higher moral ground.
So it might be Providential that Pope Francis chose to make news last week in two ways. First, he did something that comes very hard to most public figures, and particularly to the current occupant of the White House: He apologized fervently for “grave errors.”
He also issued a remarkable document on holiness that seemed made for the moment — and, by the way, noted that we can “waste precious time” by being caught up in “superficial information” and “instant communication.”
Francis continued to preach his gospel of economic justice by warning that it is a “harmful ideological error” to cast “the social engagement of others” as “worldly, secular, materialist, communist or populist.” On the contrary, he saw holiness as demanding an engagement with “the destitute, the abandoned and the underprivileged.”
And he lifted up words from Leviticus we are unlikely to hear cited by President Trump: “When a stranger resides with you in your land, you shall not oppress him.”
It’s not often that public figures hold themselves to the standards they apply to others. There was thus an instructive symmetry between what Francis said in his Apostolic Exhortation Gaudete et Exsultate (“Rejoice and Be Glad”) and his own moment of necessary penance.
In the document, the pope declared that “the lack of a heartfelt and prayerful acknowledgment of our limitations prevents grace from working more effectively within us.” Humans — every single one of us — fail, falter and fall. We do far better when we admit it.
And this is what the pope did Wednesday when he apologized for his terribly misguided defense of a Chilean bishop accused of covering up abuse by an infamous pedophile priest.
Many of us who admire Francis feared that his apparent standing up for the indefensible was a sign that the 81-year-old pontiff was incapable of recognizing the Church’s profound breach of trust when it placed institutional self-preservation above a concern for the suffering of those abused by priests.
Sometimes, your friends need to tell you how wrong you are. In this case, the task fell to Cardinal Sean O’Malley, a close Francis ally. O’Malley was appointed archbishop of Boston to begin healing the deep gashes left by the scandal there, and he read Francis whatever the Roman equivalent of the riot act is.
Francis responded with a letter to Chile’s bishops. “As far as my role, I acknowledge, and ask you to convey faithfully, that I have made grave errors in assessment and perception of the situation, especially as a result of lack of information that was truthful and balanced,” he wrote. “From this time I ask forgiveness to all those that I offended and I hope to do so personally, in the following weeks, in meetings that I will hold with representatives” of those affected.
Aside from his reference to a lack of “truthful and balanced” information — honestly, he should have known — Francis’s letter suggested the determination of someone capable of learning from his mistakes. It’s more than we’re getting from some other leaders we can think of.
This enhanced the credibility of Francis’s exhortation to the rest of us to imitate the humble day-to-day saints whom he referred to as “the middle class of holiness.”
He reiterated that the Church would continue to defend “the innocent unborn” but stressed the importance of seeing the “lives of the poor, those already born,” as “equally sacred.”
Francis added pointedly that while “a politician looking for votes” might see “the situation of migrants” as “a secondary issue compared to the ‘grave’ bioethical questions,” a true Christian would not.
It was hard to miss the message to U.S. bishops that letting antiabortion politicians off the hook on immigration and refugees would be a denial of their obligation “to stand in the shoes of those brothers and sisters of ours who risk their lives to offer a future to their children.”
Francis insisted that “the most decisive turning points in world history are substantially co-determined by souls whom no history book ever mentions.” That’s excellent news, because in our era, many whom the history books will mention are leading us nowhere good. Perhaps Francis can inspire in them some self-examination — and, more importantly, provoke a badly needed rebellion by the decent people who represent “the middle class of holiness.”
E.J. Dionne writes about politics in a twice-weekly column and on the PostPartisan blog. He is a senior fellow in Governance Studies at the Brookings Institution, a government professor at Georgetown University and a commentator on politics for National Public Radio, ABC’s “This Week” and MSNBC. He is the author of “Why the Right Went Wrong."
Democracy Dies in Darkness
© 1996-2018 The Washington Post

Mai fidarsi degli annunci di pace

Alberto Pasolini Zanelli
Ora sappiamo una volta di più che non bisogna mai fidarsi, in occasione di una guerra, degli annunci, soprattutto se ottimisti o incoraggianti. Così è vero che è stato Donald Trump ad annunciare poco più di due giorni fa che l’obiettivo in Siria è stato raggiunto e che adesso gli americani potevano andarsene tranquillamente a casa. Ieri è arrivata la smentita: prima nei fatti e poi nelle dichiarazioni. I fatti: oltre cento missili da crociera sono stati lanciati sulla Siria, non più soltanto nell’angolino di quel paesino da cui è scomparso l’ultimo guerrigliero che era rimasto lì per mesi e mesi ma in tutta e ben oltre la zona indicata dal governo americano per spiegare e giustificare il proprio intervento militare. “Cari americani – ha detto testualmente il presidente – poco fa ho ordinato alle forze armate Usa di lanciare attacchi di precisione verso obiettivi collegati con l’attività del regime di Assad”. Sono stati lanciati, ha precisato il Pentagono, fra i cento e i centoventi missili da crociera. Una notizia parallela viene da Mosca, dal generale russo Serjev, che parla di 103 missili lanciati, di cui 71 sarebbero stato intercettati dalla difesa siriana. Washington fa piazza pulita della precisazioni e dice: “Tutti i colpi sono andati a buon fine”. Ed è arrivata una spiegazione che potrebbe essere anche una giustificazione.
I conti non erano giusti, la colpa è naturalmente di Assad. I morti sono almeno cinquanta (primo calcolo). Gli aerei hanno sorvolato anche Damasco, poi sono piovute le conferme da parte di alleati, nemici e neutrali, tranne la Siria che ha fatto un discorso più umanitario che militare o addirittura politico. In primo luogo Putin, che ha minacciato vagamente “conseguenze” e poi dei governi iraniano e naturalmente siriano. Plaudono anche Israele, questo pare scontato, e la Turchia, che ha poi cercato di riequilibrare il discorso auspicando una “soluzione politica”. Washington aveva informato perfino la signora Mogherini. Adesso sta per riunirsi di nuovo il Consiglio di sicurezza, dopo che la maggioranza aveva respinto un documento russo di condanna dell’iniziativa militare: tre soli voti favorevoli su dodici. Putin ripete che si è trattato di un “atto di aggressione e una violazione del diritto internazionale. La Russia ha intenzione di chiedere un’altra riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza per discutere la crisi. Assad si limita a promettere che “le aggressioni della notte scorsa aumentano la determinazione a continuare a combattere il terrorismo in ogni angolo della Siria, per distruggerlo”. Più morbido nei toni, ma uguale o quasi nella sostanza il commento del premier britannico Theresa May, che ha “ritenuto fosse giusto e legale intervenire militarmente per alleviare ulteriori sofferenze umanitarie riducendo la capacità di usare armi chimiche da parte del regime di Damasco”. Le armi chimiche erano già state dichiarate tutte distrutte. Ultima ma più aspra la dichiarazione del presidente francese Macron, secondo cui la linea rossa fissata dalla Francia nel maggio del 2017 è stata superata. Di conseguenza ho ordinato alle forze armate francesi di intervenire questa notte”.
Più svariate e smarrite, le prime reazioni in America. Il più esultante è il vecchio senatore McCain, che aveva combattuto in Vietnam in aviazione, era stato abbattuto e ha passato quattro anni prigioniero. Concordi con lui, anche se in tono meno entusiasta, i veri “falchi” dell’Amministrazione Trump, compreso l’ultimo arrivato John Bolton. Trump ha insistito di nuovo sugli agenti chimici proibiti: “All’Iran e alla Russia chiedo quale tipo di nazione vuole essere associata all’omicidio in massa di uomini, donne e bambini innocenti”. Putin denuncia l’atto di aggressione e la violazione del diritto internazionale e annuncia che chiederà una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza. Assad, che era comparso in pubblico e in abiti civili il giorno prima, ha ribadito la sua determinazione a “distruggere il terrorismo”. Ci si aspetta adesso una reazione anche da Teheran, perché uno dei missili pare sia caduto su una base militare iraniana, uccidendo venti soldati. Fin qui le notizie e le novità tragiche o almeno serie. Resta una curiosità: perché di tutto il “fronte” occidentale la più entusiasta per questa guerra sia la Francia. C’è un motivo semistorico e comunque pittoresco. Quando Napoleone III diventò imperatore a Parigi, decise che non poteva permettersi di regnare al suono della Marsigliese, il più repubblicano degli inni pensabili. E allora trovò una soluzione: il nuovo inno nazionale francese aveva per titolo “En partant pour la Sirye”, “Partendo per la Siria”. Il testo riprendeva una vecchia canzone medioevale. Poi venne Sedan e tornò la Marsigliese.